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Un pò di storia..
LE ORIGINI DELLA PIANTA DELL'ULIVO
E'
ormai accertato che la coltivazione dell'olio risale ad almeno 6000 anni
fa : ne fanno fede racconti tradizionali, testi religiosi e rinvenimenti
archeologici.
Probabilmente la pianta ebbe il suo habitat originario
in Siria ed i primi che pensarono a trasformare una
pianta selvatica in una specie domestica furono senza dubbio popoli che
parlavano una lingua semitica.
Dalla Siria il percorso del cultivar fu relativamente
semplice fino alle isole dell'Egeo e alle assolate colline dell' Anatolia;
altrettanto facile il suo trapianto in Grecia dove trovò una inaspettata
fortuna e applicazione che la resero, poi, indispensabile ai popoli antichi del
Mediterraneo.
A conferma della millenaria storia dell'ulivo
ricordiamo come la tradizione pone di fronte all'antica Gerusalemme il "Monte
degli Ulivi", o come la bellezza di questa pianta sia cantata spesso
nell' "Antico Testamento"
( v. libro del profeta Osea dove il dio d'Israele è paragonato alla
magnificenza dell'olivo).
Sono circa settanta le citazioni che se ne fanno nella bibbia .
D'altra parte che questo fosse un simbolo è chiarito anche dall'episodio della
colomba che torna all'arca di Noè tenendo nel becco un rametto d'olivo
Lo stesso nome di Gesù , christos, vuol
dire semplicemente unto.
I Greci stessi piantarono oliveti in quel vasto
territorio assolato e fertile che fu la Magna Grecia, le terre costiere
della Puglia, della Calabria, della Sicilia, della Campania.
C'è ancora chi sostiene che la prima regione italiana
dove attecchirono le coltivazioni d'olivo fu la Liguria: qui le piante sarebbero
state portate dai Crociati dopo il Mille, avendole conosciute in Palestina. Ma
probabilmente questo episodio si riferisce soltanto a quella particolare specie
di olivo che cresce così favorevolmente sulle coste aspre, battute dal vento,
sia a ponente, sia a levante del golfo di Genova.
Sappiamo che ad Atene fu sacro alla dea Athena e costituisce fatto indubbiamente
interessante che esso sia stato considerato sacro da molte popolazioni e forse
non soltanto per il suo apporto calorico, ma per la sua stessa natura di pianta
resistente e longeva.
L'olio spremuto dalle olive non era soltanto,
nell'antichità, una risorsa alimentare; era usato anche come cosmetico e come
coadiuvante nei massaggi.
Inoltre, gli atleti, in particolare coloro che si dedicavano alla lotta, usavano
cospargere i muscoli di purissimo olio, sia per il riscaldamento degli stessi,
sia per contrastare la presa degli avversari.
I Romani, che coltivarono l'olivo a partire dal 580
a.C., ne fecero un uso che si potrebbe qualificare smodato; si discute
anche se ad importare la coltivazione dell'olio in Italia siano stati i Fenici o
se i Romani ne impararono i benefici usi dalla Magna Grecia.
Gaio Plinio Secondo afferma che esistono quindici specie di olivo, e ne elenca i
pregi, oggi si denominano i vari cultivar con nomi diversi, come taggiasca,
casalina, nebiot, gargnan, trillo, carpellese, punteruolo, augellina, cellina
del Nardò, colombino, ciccinella, moraiola, leccina, monopolese, ogliarolo del
Gargano e tante altre che spesso prendono il nome dalla località in cui
crescono.
Plinio, da parte sua, attacca l'argomento dopo aver
parlato a lungo del vino, perchè riconosce all'olivo un'importanza
seconda soltanto a quella del quasi miracoloso succo dell'uva.
Nelle culture occidentali la parola olio può
sicuramente essere ricondotta alla parola latina oleum
e alla greca elaion, sin ancora all'antica semitica ulu.
In un pur breve excursus storico non possiamo
dimenticare che la cultura dell' olio di oliva è giunta sino a noi, attraverso
il Medioevo, per opera di alcuni Ordini religiosi, fra cui in
particolare i Benedettini ed i Cistercensi.
I Benedettini, devoti al credo della preghiera e
del lavoro, persuadevano contadini ed operai agricoli a non abbandonare le terre
ma a dedicarsi a colture redditizie quali l'olivo.
Non disdegnando però di imbracciare vanga e zappa pere operare manualmente
oltre che spiritualmente. Ricordiamo i Benedettini di Camaldoli, Vallombrosa,
Montecassino, Monteoliveto, etc.
Il grande animatore dei Cistercensi fu Bernardo
Chiaravalle, detto : "l'ultimo dei padri della Chiesa". I suoi monaci
insegnarono ai contadini, delusi dallo stato di semischiavitù in cui si
trovavvano, a dissodare i campi, a piantare colture da reddito, a rendersi
indipendenti come fattori di produzione.
I Cistercensi furono lavoratori instancabili soprattutto nell'ambito del lavoro
dei campi e del rispetto della natura; anelavano, infatti, ad un ritorno ai
tempi evangelici ed a d una vita più dignitosaanche se più severa.
Non si videro forse mai tanti oliveti e vigne come dal
Mille al Quattrocento - gli anni d'oro dei moanaci Benedettini e Cistercensi -
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